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  • Immagine del redattoreRadio Leon

Quando la letteratura diventa radio


In molti mi avete chiesto quale sia l’origine del nome del programma radiofonico Così è (se Libriamo) che dà anche il nome a questa rubrica.

Anzitutto c’è da dire che chi, come me, è un appassionato lettore/lettrice della narrativa italiana del primo Novecento, non può non trovare un richiamo al titolo di un’opera teatrale in tre atti pubblicata per la prima volta nel 1917 (e già qui il primo e piccolo indizio).

Ma facciamo un passo indietro. Una volta definita la struttura per macro-argomenti del programma bisognava pensare appunto ad un nome. Non volevo usare anglicismi sebbene ogni tanto riconosco di cadere anch’io in questa trappola. Tuttavia, il nome doveva es-sere in italiano per rispetto ai tanti autori di questa lingua meravigliosa che purtroppo oggi è un po’ bistrattata. Ecco dunque riaffiorare un ricordo dalla mia adolescenza quando al liceo la professoressa di lettere ci portò a teatro a vedere un’opera in tre atti.

Un’opera che mi fece capire il significato della verità ma soprattutto compresi che la realtà è relativa, conosciuta meglio come relativismo conoscitivo, ossia ognuno di noi ha una visione dell’esistenza per cui la conoscenza certa è soggettiva (secondo piccolo indizio).

L’opera in questione è Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello. Ho voluto chiamare questo programma in onore di un grande scrittore e drammaturgo del primo Novecento che ho amato fin da subito.

Ecco svelata l’origine di Così è (se Libriamo). Dopo aver letto un libro talune volte, confrontandomi con appassionati come me, è capitato di aver tratto significati diversi nonostante, a mia opinione, l’autore sia molto chiaro e dettagliato nell’esposizione. Anche quando espongo durante il programma temi legati alla narrativa, tra il pubblico che ci segue e ci scrive, emergono conoscenze e punti di vista differenti.


  • Conosciamo l’autore e l’opera.

Luigi Pirandello è stato accostato, a ragione, tra i maggiori esponenti del decadentismo italiano ed europeo. Descrive l'ansia dell'uomo che invano cerca di ribellarsi agli schemi della vita per essere soltanto se stesso e inutilmente si sforza di comporre il dissidio tra forma (maschera) e vita (autenticità). Che è anche un po’ ciò che accade oggi. Questa corsa all’effimero, questa corsa a voler apparire ciò che magari non si è solo perché la società lo impone (spesso dimentichiamo però che la società siamo noi ed è pertanto a nostra immagine).


Così è (se vi pare) è tratta da una famosa novella “La signora Frola e il signor Ponza suo genero” rappresentata per la prima volta a teatro nel 1918.

In una cittadina di provincia arriva il signor Ponza con la moglie e la suocera. Quest’ultima vive sola e pare non possa comunicare con la figlia se non attraverso dei bigliettini calati in un paniere. Hanno così inizio tra i cittadini del luogo supposizioni e pettegolezzi. Un giorno il consigliere Agazzi, superiore del signor Ponza, quasi costretto dalla moglie e dalla figlia, invita la signora Frola a far loro visita. La donna racconta una strana e penosa vicenda: tutti i familiari suoi e del genero sono morti in un terremoto; quanto al signor Ponza, preso da un amore violento ed esclusivo, impedisce persino a lei, la madre, di avvicinarsi alla moglie. Cambio di scena, lei esce ed entra il signor Ponza per avvertire che la signora Frola è pazza. La povera donna è convinta che la figlia sia viva, mentre è morta da quattro anni, e lui, con l’aiuto generoso della sua seconda moglie, è ricorso allo stratagemma della gelosia per evitarle un dolore troppo grande. Nuovo cambio di scena, rientra la signora Frola, che smentisce il genero dando una nuova versione dei fatti. Le continue contraddittorie rivelazioni non fanno altro che accrescere l’eccitazione dei curiosi che convocano la signora Ponza.

In questo terzo ed ultimo atto la donna misteriosa appare a volto coperto da un velo nero, e a chi la interroga risponde: «La verità? È solo questa: che io sono, sì, la figlia della signora Frola – e la seconda moglie del signor Ponza – sì; e per me nessuna! Nessuna! Per me, io sono colei che mi si crede».


Il dramma esprime quello che è il concetto pirandelliano sulla relatività dei punti di vista. La signora Frola racconta la sua verità mentre il signor Ponza la propria. Entrambe le versioni sono convincenti e logiche. Il dubbio però non si chiarisce. La verità è simboleggiata da una donna coperta e vestita di nero che afferma “per me, io sono colei che mi si crede” ovvero che la sua identità è quella che gli altri le attribuiscono, che la verità non esiste ma esiste solo una molteplicità di punti di vista.

Ed è proprio il personaggio Lamberto Laudisi, fratello della moglie del signor Agazzi, che ha il compito di affrontare il tema centrale del relativismo della conoscenza. È proprio lui a prendere le distanze dagli ospiti riuniti nel salotto borghese e ad affermare per primo che ci sono tante verità quante sono le persone. Teoria poi confermata dalla misteriosa signora Ponza.


È dunque nel finale che si comprende la scelta da parte dell’autore del titolo Così è (se vi pare); ovvero che alla conoscenza oggettiva (Così è) a cui crede la piccola comunità, il signor Laudisi contrappone il cosiddetto relativismo gnoseologico (se vi pare) ossia l’impossibilità di fare luce sulla verità.

La conoscenza dell’uomo si basa dunque su criteri soggettivi e non oggettivi.

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